Roma - Lomè 2005

Roma - Lomè

 

Mi trovavo in un villaggio di solo quattro capanne nella savana a sud del Burkina Faso in Africa. La moto era attorniata dai pochi abitanti. Tra  loro un vecchio, seduto in una delle loro classiche sdraio di vimini quasi orizzontali al terreno, mi chiedeva da dove io arrivassi da solo “comme ça”! ( così) Ho risposto ”De l’Italie”. Il vecchio che era anche il capo villaggio, mimando con la mano destra un punto su in cielo, ha aggiunto: ”L’Italie, j’ai entendu parler de l’Italie, mais c’est loin….si on prend la distance, c’est loin comme le ciel!”....( l’Italia, ho sentito parlare dell’Italia, ma è lontano…se prendiamo la distanza, è lontano come il cielo!” Oggi ricordo quel momento con nostalgia per la semplicità dei gesti e delle parole….

Parto l’8 ottobre del 2005 da Frascati in provincia di Roma con la mia moto Honda 750 Africa Twin. La programmazione prevede la percorrenza di 19.000 km attraverso sette stati africani. Inizia con un trasferimento in nave da Civitavecchia a Barcellona in Spagna, per poi proseguire in moto verso il golfo di Gibilterra e da lì in Africa col traghetto. Il maltempo e una pioggia torrenziale mi accompagnano da Malaga fino all’arrivo a Tanger in Marocco dove prendo alloggio in un buon albergo affacciato sulla baia. Il mattino seguente, un sole splendente rende la stessa ancora più bella.Verso le otto inizio la cavalcata in direzione sud che mi porterà in giornata a Marrakech ritrovando così i paesaggi del Medio Atlas a me ormai familiari dai precedenti tre raid. La sera nella grande piazza che fronteggia la moschea, mi immergo con piacere nella vita multicolore della piazza stessa tra giocolieri, musica, bancarrelle, ristoranti all’aperto, banchi da tè, tagine di agnello sopra bracieri ardenti ...Dopo una notte dal sonno ristoratore, percorro la strada verso Agadir ritrovando più a sud Tan Tan plage sull’oceano Atlantico. Che spettacolo di colori! Le onde si propagano fino al largo della costa, il frastuono mi appare come una musica dolcissima! Un pescatore mi prepara sulla brace una” dorade”, un pesce squisito appena preso con la lenza.
La discesa verso la cittadina di Laayoune nel West Sahara mi appare facile, dopo averla percorsa già altre tre volte. Solo qualche villaggio durante i 500 km interrompe la visione dei tre elementi presenti, il deserto, il cielo e l’oceano! Laayoune mi accoglie durante la preghiera nella moschea. E’ un momento di suggestiva atmosfera; il canto del muezzin sul minareto, accompagnato da un tramonto da sogno, si unisce alla gioia di essere arrivato senza inconvenienti. L’indomani percorro i 600 km che mi porteranno fino a Dakhla, cittadina berbera del Sahara occidentale in un’ansa dai colori pastello. Mi avvicino alla frontiera con la Mauritania, iniziando a non essere più tanto spensierato, so che le difficoltà stanno per arrivare. Il deserto mi aspetta con la pista tra Nouadhibou e la capitale Nouakchott, circa 500 km dove è presente solo il nulla, a parte rari” campement “di beduini con i loro dromedari al pascolo libero. Le pratiche interminabili di frontiera tra Marocco e Mauritania si svolgono senza problemi; solo l’attesa è lunga e snervante sotto il sole che incomincia a farsi sentire. Dopo 80 km di pista, arrivo a Nouadhibou, chiamata un tempo Port-Etienne; fu costruita dai francesi e vanta un attivo porto peschereccio. Nei dintorni si trovano splendide spiagge deserte mentre a sud della città si raggiunge il Parco National du Banc D’Arguin, oasi ornitologica tra le più belle al mondo,popolata da pellicani e fenicotteri.
Pernotto nel solito modesto albergo dove ormai sono di casa dopo avervi alloggiato già nei tre precedenti raid. L’accoglienza è molto calorosa come sempre tra queste genti dove l’ospitalità è sancita perfino dal corano come obbligo ,anche verso un nemico. Mi sveglio presto, in ansia per il trasferimento nel deserto che affronterò per la prima volta senza guida. Parto all’alba carico di bottiglie di acqua potabile e di una tanica di benzina di riserva necessaria per coprire i 500 km(il serbatoio della moto mi garantisce circa 300 km). L’anno precedente durante il terzo raid in Africa, ero in compagnia di una guida saharawi, Mohamed, originario di Zouerate all’interno del deserto della Mauritania. L’emozione è forte man mano che mi addentro verso sud. Progressivamente mancano i punti di riferimento al suolo, il vento porta sabbia in sospensione riducendo la visibilità a poche centinaia di metri(mi vengono in mente le stesse sensazioni di quando pilotavo il mio aereo nella nebbia)..Debbo restare vigile anche nei punti dove sembra che non ci siano rischi; le cadute sono sempre in agguato poiché dune improvvise portate dal vento di est, ricoprono copiose la pista. Attraversarle in velocità significherebbe porre fine al mio raid! Ogni tanto scorgo dromedari al pascolo o intere carovane; resto meravigliato vedendo i beduini camminare con i loro vestiti blù, i famosi boubou mossi dal vento, a fianco dell’animale sotto il sole del Sahara: sembrano principi del deserto dall’aria nobile. Penso al poeta Saint- Exupéry quando descrive la Mauritania come la“terre des hommes”.
Il caldo si fa sentire specie nelle ore di mezzogiorno. Il mio respiro all’interno del casco bianco è forte e rumoroso, ciò mi fa capire che mi muovo in un ambiente a rischio data l’alta temperatura senza la possibilità di un riparo all’ombra. La mia compagna moto con il suo straordinario motore, non risente neanche un po’ di questa situazione. Durante l’attraversamento della depressione del deserto rispetto al livello del mare, il sale ricopre la sabbia di una coltre bianca…mi chiedo coma abbia fatto l’acqua dell’ocaeano ad arrivare fin qua distante centinaia di km! Saprò poi che le falde acquifere di quel punto sono inquinate dall’acqua del mare penetrata nel sottosuolo all’interno del Sahara per centinaia di km. Così le carovane debbono spostarsi ancora di più verso est per garantire l’approviggionamento idrico agli animali.
La vista di una tenda di beduini mi riempie di gioia e di conforto, non sono più solo!Approfitto per travasare il carburante dalla tanica di riserva nel serbatoio principale della moto con il loro aiuto. Un vecchio mi chiede ripetutamente di fargli dono di un paio di calzini già che i suoi sono in uno stato pietoso (la temperatura notturna, come si sa, può scendere sotto zero nel deserto.)Mentre mi riposo, mi autorizzano a fare foto e filmare l’interno della tenda piena di colori, dove la temperatura mi sembra un sogno! Mi preparano il tè sdraiati su dei sontuosi tappeti di pelo di cammello, come tribuni romani. Scopro il cerimoniale di questa bevanda introdotta in Mauritania alla fine del nono secolo. Si gusta in tre volte,molti dicono che il primo bicchiere ricordi l’asprezza della vita, il secondo la dolcezza dell’amore e il terzo la soavità della morte!
Mi congedo da loro promettendo di visitarli durante la risalita verso casa tra un mese circa, inshallah….Mancano 200 km alla capitale. Ormai il punto di non ritorno è stato superato! Avverto la presenza non tanto lontana della città Nouakchott , la fiducia nella mia moto è assoluta! Mai un dubbio sulla possibilità che mi tradisca nel bel mezzo del deserto dove la temperatura del motore è sempre sull’arco rosso! Nei precedenti raid effettuati assieme, avevo imparato ad amarla e a parlarle nei momenti più difficili, così anche questa volta l’accarezzo con la mano sinistra e le dico:” Forza bella, stiamo arrivando!”Inconsciamente accelero fino a 120 km orari. Apro la visiera del casco che mi aveva riparato dai raggi solari, mi scopro a ridere dalla gioia! Arrivando all’auberge sono accolto festosamente dai presenti. Mi concedo un giorno di riposo e ne approfitto per fare manutenzione alla moto, lavare la biancheria, visitare la città e fare il visto per entrare in Mali. La capitale Nouakchott solo ieri era un piccolo forte, il Ksar, isolato in mezzo alle dune,a quattro o cinque km dal vasto oceano. Nel 1960 la Mauritania decide di accedere all’indipendenza. Il sobrio campement di nomadi situato in mezzo al Ksar, si trasforma subendo una metamorfosi. Oggi la città è piena di mercati, di mercati di bestiami,di musei, di un ufficio nazionale del tappeto, del centro di formazione femminile, di un centro artigianale, di moschee, di porto dei pescatori e di strade asfaltate come la grande “route de l’espoir “.Quest’ultima attraversa tutto il paese da ovest a est fino a Nema ai confini col Mali.
Riparto la mattina presto in direzione del Senegal, ma al contrario dei raid precedenti mi dirigo verso Butilimit percorrendo la route de l’espoir verso est. Ho saputo che a Kaedy nel sud della Mauritania lungo il fiume Senegal, esiste una postazione doganale e di polizia. Esistono anche delle piroghe sufficientemente grandi per traghettare la moto al di la del fiume cioè in territorio senegalese. Percorro i 600 km fino alla caotica città di Kaedy brulicante di gente dalle indescrivibili attività.
La polizia preposta al controllo passaporti m’informa che da l’altra parte del fiume, in territorio senegalese, la pista con il fondo di terra mista a sabbia è allagata dalle recenti pioggie. Che fare? Non ho nessuna intenzione di ripercorrere i 600 km per tornare alla capitale Nouakchott, da dove dovrei aggiungerne altri 250 per il confine con il Senegal. Dopo interminabili discussioni con la polizia e con la curiosa gente del luogo, decido di seguire un camioncino al quale affido tutti i miei bagagli: mi accordo con l’autista appartenente alla tribù dei nomadi Peul. Esso mi guiderà fino alla prossima postazione di polizia a circa 70 km , costeggiando la riva sinistra del fiume Senegal. Seguire il piccolo camion è per me un’impresa difficile, poiché la polvere sollevata dallo stesso mi impedisce di vedere e così il rischio di cadere è altissimo, accentuato dall’accumulo di sabbia sulla pista sterrata. Riesco, segnalando con i fari, a farlo fermare e così dopo un diverbio, il tizio mi scarica i bagagli e mi pianta in asso!(durante il periodo del Ramadan, tutto il mondo musulmano corre verso le sei di pomeriggio, per andare a mangiare interrompendo così il digiuno. Cercare di farli ragionare è cosa impossibile!)
Mi ritrovo solo. Penso subito a quanta acqua ho con me e con sorpresa mi accorgo che è quasi finita. La temperatura a quel momento si aggira intorno ai 37 gradi all’ombra e attorno nessun segno di vita! Mi impongo la calma e così come per miracolo, un’ automezzo sbuffante vapore per mancanza d’acqua nel radiatore, sopraggiunge! L’autista, un beduino di casta nera, a fronte delle mie richieste di ospitalità, mi invita a seguirlo a casa sua distante una ventina di km. Carica i miei tre bagagli del peso di 50 kg così da rendere per me abbastanza facile la guida della moto nella sabbia.
Trascorro la notte nella sua casa in un posto isolato nei pressi di un villaggio, dormendo sulla terrazza sopra il tetto e sotto le stelle. Con un po’ d’acqua dal pozzo mi lavo gettandomela sulla testa; non mi sembra vero:che piacere sentire il mio corpo reidratarsi dopo tutta una giornata in moto esposto al forte sole del sud della Mauritania!
La mattina seguente sono costretto a caricare la moto su un fuoristrada furgonato, data l’impossibilità di guidare a causa della sabbia troppo alta. Verso mezzogiorno raggiungiamo un agglomerato di capanne lungo il fiume Senegal. La gendarmeria presente in quel posto mi tratta con diffidenza e poco garbo. In qualche modo riesco a sbrigare le formalità di frontiera senza subire richieste di denaro al contrario di altri posti di confine. Traghettare la moto sulla piroga dall’altra parte del fiume Senegal è un’impresa non facile. Le” piroguier” proprietario della stessa mi chiede una cifra enorme così da innescare il mio rifiuto. L’uomo se ne va e io, subito dopo, mi pento di aver avuto un atteggiamento da duro. Ora mi vedo nei guai senza la possibilità di approdare in Senegal. Dopo circa un’ora, per mia fortuna, l’uomo fa un’altra corsa da sponda a sponda così da lasciarmi la porta aperta ad una nuova offerta. Lo convinco ad accettare la metà di quanto chiesto la prima volta. Con l’aiuto di quattro o cinque uomini proviamo ad issare a bordo della piroga lunga e stretta la moto dal peso di 220 kg. Temo fortemente che finisca in acqua nella confusione urlante di tutta la gente tra il divertito e l’ignoranza nell’afferrarla. La mia tensione è tale che non riesco a scattare neanche una foto di questo momento tanto critico! In qualche modo la moto viene issata a bordo e sorretta a mano da me e da altri, mentre un rematore con un solo remo ci guida a terra in Senegal. Scaricarla è quanto di più difficile ci sia poiché dev’ essere presa e sollevata di peso di circa un metro e posta a terra su un piano sopraelevato rispetto al fiume. Alla fine come per incanto, la mia eroina si trova sulla terra ferma senza un graffio! Ritrovo l’asfalto e la gioia di guidare, non indosso il casco per godermi l’aria che impatta il mio volto.
Il giorno dopo sono alla frontiera col Mali dove ritrovo i miei amici lungo il confine, avendoli conosciuti nei raid precedenti. Mi attorniano con calorosa simpatia, sempre speranzosi di ricevere un po’ di denaro.La pista di Kidira fino alla più antica città del Mali, Kayes, si presenta con la terra di colore rosso. Percorrerla in mezzo ai grandi baobab è quanto di più “africano” si possa desiderare. La polvere che la mia ruota posteriore alza è tanta , mi diverto a filmarne la scia dallo specchietto retrovisore. In un villaggio di nome Ambidiedi, mi fermo a salutare i pochi abitanti, circa una diecina, conosciuti due anni prima.Anche qui l’accoglienza è calorosa e molto amichevole. La città di Kayes mi vede arrivare al tramonto, attraverso l’unica strada che porta all’albergo tra una confusione indescrivibile fatta di ogni genere di attività. L’hòtel di proprietà delle ferrovie del Governo del Mali, è un antico edificio avviato purtroppo verso il degrado.Tra qualche difficoltà a causa della musica di un vicino dancing emessa a tutto volume, riesco a dormire grazie all’aiuto dei tappi negli orecchi.
Al sorgere del sole, sono già in sella verso la capitale del Mali,Bamako, distante circa 750 km. Per raggiungerla sarà necessario attraversare la “vallée du serpent” e il parco nazionale de la “ Boucle du Boule”. La savana, con i suoi incendi per autocombustione, brucia in più punti:a volte ho come l’impressione di esserne prigioniero. Arrivo a Djema verso l’una di pomeriggio. Ho percorso circa 400 km su un fondo stradale molto bello. Restano 350 km per arrivare alla capitale, dei quali 150 su una pista dal colore rosso vivo con un fondo terribilmente rovinato che mi creerà non pochi problemi ai polsi. Il tramonto arriva che sono ancora lontano da Bamako e così chiedo ospitalità ai preti della missione cattolica di Kolokani , un villaggio senza luce. La pace e il silenzio in seno alla missione è un tonico straordinario; me ne nutro e mi lascio avvolgere dall’atmosfera di quiete decidendo così di fermarmi a riposare due giorni. Visito la chiesa che è molto semplice come tutte le cose qui: l’atmosfera che si respira è di grande serenità. Nel giorno di riposo, cambio la gomma posteriore ormai finita, con la gomma di scorta. Controllo anche tutte le parti meccaniche della moto che sono state messe a dura prova sulle piste, e i filtri del carburante. La benzina che trovo lungo tutto il percorso del raid spesso è di pessima qualità..Approfitto anche di mangiare di nuovo bene, seduto a tavola con i miei due nuovi amici sacerdoti.
-Da quando ho iniziato a discendere l’Africa, ho trascurato la mia alimentazione. Mi succede di passare l’intera giornata senza mangiare dalla mattina alla sera pur guidando quasi quotidianamente per circa 600 km. A farmi compagnia nel mio bagaglio, ho sempre però lo zucchero sotto forma di dextro che, accompagnato con l’acqua, mi fornisce le energie necessarie. Spesso lungo la strada ci sono cucine improvvisate da donne dei villaggi vicini. Il mio pasto più comune è il riso con un po’ di carne di montone. Mangio con le mani alla maniera degli abitanti del luogo. Non mi sono mai posto il problema dell’alimentazione, poiché riesco ad inserirmi nei modi di vita del paese che mi ospita, in tutte le loro abitudini, senza problemi.-
Il paese di Kolokani si trova in montagna e così durante la notte, fa “freddo”,33 gradi… e , piove. Non mi sembra vero questa sensazione di fresco!
Presto al mattino, cavalco l’asfalto per Bamako il cui nome significa”il fiume del coccodrillo” e da qui a sud verso la frontiera col Burkina Faso. Attraversare la città della capitale del Mali con una grande moto carica di bagagli, è un’impresa! Esco dalla città tirando un sospiro di sollievo, sano e salvo da un traffico caotico! Guido velocemente e così dopo circa 3 ore, invece di proseguire all’interno del paese verso la città di Mopti, la Venezia del Mali, viro a destra verso la Costa d’Avorio e il Burkina Faso. Guidando verso sud e cioè verso il Golfo di Guinea, all’improvviso mi sento perso, solo ed impaurito. Ho l’impressione di cacciarmi in un tunnel senza uscita e involontariamente rallento fermandomi per pensare. Decido di invertire il cammino; ma dopo alcune centinaia di metri, lo spirito dell’avventura e forse la forza di carattere hanno il sopravvento tornando a guidare in direzione sud verso l’oceano Atlantico.
Il paesaggio man mano che mi avvicino alla frontiera del Burkina è bellissimo; i villaggi diventano piccoli, le abitazioni sono costruite con la paglia mescolata a fango, così da essere sempre fresche sia di giorno che di notte. Al confine la gendarmeria è gentile e anche molto meravigliata nel vedermi solo. La domanda più ricorrente da parte loro è”dove sono gli altri?”Rispondo come sempre che sono solo in un raid dall’Italia al Togo e ritorno in Italia. L’espressione di costernazione dei loro volti mi fa capire che qui, di “motards” che arrivano dall’Europa, non ne vedono molti! Ora che ci ripenso, non ho mai visto le grandi jeep che solitamente si incontrano su verso il Mali in direzione di Timbuctù, i popoli Dogon o la città di Mopti.
Attraverso quasi tutto il Burkina entrando dalla città di Bobo-Dialasso che conta 400.000 mila abitanti e il cui nome è formato dai due gruppi etnici dominanti, i Bobo e i Dioula;è anche la seconda città del Burkina ed è famosa per la sua moschea interamente costruita in fango. In direzione Ouagadougou incontro i”water carriers”, sono i trasportatori di acqua sulla testa con grandi contenitori metallizzati. Sulla traiettoria per la capitale, la strada è piena di mercati del mango,un frutto dolce molto buono che qui mangiano in grandi quantità: pare aiuti a guarire i problemi di irritazione agli occhi dovuti al clima secco e sabbia in sospensione. Attraversando la cittadina di Boromo, mi fermo al mercato. Malgrado una terra ingrata e le condizioni climatiche difficili, il mercato ha saputo sempre assicurare alla popolazione la propria sussistenza producendo anche per l’esportazione il cotone, mais, zucchero e arachidi.
Nei dintorni, la natura è quanto di più bello si possa sperare:grandi estensioni di foreste con una vegetazione rigogliosa, specie in questo periodo subito dopo le pioggie estive. Gli elefanti in libertà ne approfittano per inoltrarsi nella savana senza aver bisogno di esporsi alla vista dell’essere umano, al contrario di quando, seccate le pozze d’acqua piovana, tornano per bere in prossimità dei villaggi. A Sadou, visito il lago abitato da un centinaio di caimani considerati sacri. Ogni giorno gli abitanti dei dintorni vengono a nutrirli con pezzi di pollo e di pecora, rivolgendo contemporaneamente preghiere affinché venga loro concesso benessere e prosperità.
Attraverso la capitale Ouagadougou:anticamente si chiamava Kombemtinga che vuol dire “terra di guerrieri”,fondata nell’undicesimo secolo. Nel 1919 era una colonia francese dell’Alto Volta e nel 1960 Ougadougou divenne capitale dell’indipendente Repubblica dell’Alto Volta, ribattezzato Burkina Faso nel 1984. Oggi conta un milione di abitanti e tra le cose più famose c’è il gran mercato, uno dei più grandi di tutta l’Africa Occidentale.
Guido verso sud dove poco lontano inizia la savana formata da alberi leggendari, i baobab di diverse varietà ,acacie ecc..Il parco di”Deux-Balè”è abitato da elefanti, facoceri e da cinocefali, specie di scimmie dalla testa di cane. La temperatura in quel momento del primo pomeriggio si aggira intorno ai 42° all’ombra. Arrivo a Pò nei pressi della foresta Nazinga al tramonto dopo aver attraversato il Parco Nazionale di Tambi Kaborè. Sono stanco per via dei km. e per il gran caldo, ma felice.
Trascorro la notte in un campement senza luce né acqua: sarà una delle più brutte per i numerosi animali presenti in camera come i “cafards”, grossi scarafaggi, che si aggirano ovunque, anche nei miei capelli… oltre ai grandi grilli che fanno un baccano infernale. La cosa più saggia è alzarsi presto. Alle sei sono già in sella, mi avvio con un po’ di ansia e curiosità verso il confine col Ghana distante solo 30 km..Già molto prima di arrivare al posto di polizia, la strada si riempie di gente. Mercati improvvisati, persone di etnie diverse venute da ovunque nella speranza di mercanteggiare qualche cosa, piccoli banchi di ogni genere, soprattutto di frutta, carretti , fuochi da bivacchi, camions in fila per km. in attesa di sbrigare le pratiche doganali…per me è quasi un’ impresa riuscire a passare in mezzo a tale folla variopinta. Attraverso nella maniera più svelta possibile per evitare l’assalto dei bambini bisognosi e curiosi in cerca sempre di un po’ di soldi o di qualche regalo. Come sempre le pratiche delle diverse forze di polizia sono interminabili;occorre pazientare e mai dare l’impressione di essere intolleranti, così cerco sempre di stabilire con loro un buon rapporto. Una grande scritta “Welcome to Ghana”campeggia subito dopo il posto di gendarmeria. La sorpresa per me arriva allorché debbo fare l’importazione temporanea per la moto: la dogana non accetta l’ingresso del mio mezzo di trasporto sul proprio territorio! Al contrario di tutti gli altri paesi visitati prima, le autorità esigono un “carnet de passage” che purtroppo non posseggo perché mal informato dai responsabili dell’ambasciata a Roma. A causa di questo rifiuto svaniscono le speranze di raggiungere il grande Lago Volta e con esso i National Parks come il Game National Park il più esteso di tutto il Ghana abitato da antilopi, coccodrilli,babbuini, bufali, iene, scimmie, oltre a più di 300 specie di uccelli. Non potere vedere i numerosi castelli costruiti dai Portoghesi intorno al 1600 disseminati lungo tutta la costa del Ghana di fronte all’Oceano Atlantico, è una grande delusione!
Dopo vari tentativi andati a vuoto verso le forze di dogana, mi resta solo di invertire la rotta e tornare in Burkina Faso. Rifare tutte le pratiche di immigrazione è un altro momento da gestire con molta calma. Debbo necessariamente trovare un’altra via per entrare in Togo e così chiedendo informazioni alle forze dell’ordine presenti al confine, individuo una pista in terra battuta rossa che attraversa parte del sud del Burkina e che mi riporterà dopo circa 200 km. verso sud in direzione di Lomè. Percorro questa pista senza difficoltà e arrivo al calar del sole dello stesso giorno alla frontiera col Togo. Le pratiche vengono svolte in un villaggio di nome Senkansè dove polizia e gendarmeria mi accolgono con sorpresa ma sempre molto disponibili. Percorrendo ancora una cinquantina di km. ormai con la sola luce dei miei due fari, arrivo a Dapaong.una cittadina nel nord del paese. Trovare una sistemazione per la notte non mi riesce facile dato il buio e la scarsità di informazioni. Dopo una buona mezz’ora di ricerca, finalmente approdo in un campement un po’ fuori dal paese. Mi rendo subito conto che la costruzione è in pessimo stato, ma qualunque cosa mi si possa offrire è di certo ben gradita. L’interno del campement è illuminato solo da due piccole lampade al neon di bassissimo voltaggio che attingono l’energia da una batteria alimentata da due pannelli solari. Debbo ricorrere alla mia lampada personale applicandola con l’elastico sulla fronte per vedere almeno l’interno della stanza nella quale, anche se me l’aspettavo, il caldo è insopportabile. Apro l’unica finestra di ferro per respirare un po’ d’aria fresca, ma la mia è pura illusione. Trascuro tutte queste difficoltà e vado verso l’obiettivo principale cioè la doccia. Scopro con una gioia immensa che funziona e che l’acqua fuoriesce copiosa. Durante il periodo della colonizzazione francese, lo stabile era adibito a prigione di transito, da qui le porte ancora oggi in ferro e le sbarre alle finestre. La mia cena è come sempre molto povera, un po’ di riso, qualche pezzo di pollo e una grande bottiglia d’acqua che il custode gentilmente mi va a comperare in una “boutique”non molto lontana. Mangio alla luce della mia lampada sulla testa sotto un cielo stellato da sogno. L’atmosfera è quanto meno surreale, il canto dei grilli riempie il silenzio notturno, il mio pensiero va a mia moglie e ai miei figli in Italia. Mi sento lontano e un po’ solo. Questo è il momento della sera che non amo, la nostalgia dei miei cari prende il sopravvento sulla gioia di essere nel Togo. Dopo cena,alla luce della lampada portatile controllo la moto, olio motore e altre piccole parti meccaniche. Rimango affascinato, la polvere rossa delle piste in terra si è depositata su di lei facendola apparire ai miei occhi ancora più viva e straordinaria. La speranza di passare una notte tranquilla e un sonno ristoratore si fa un’utopia a causa del gran caldo nella minuscola stanza, e così prima ancora che la luce del mattino rischiari la terra, me ne vado verso la mia meta a sud.
Il sorgere del sole sopraggiunge quando ho già percorso circa 200 km. Sto guidando con grande piacere verso il golfo di Guinea, il fondo stradale è buono, la vegetazione è lussureggiante e il paesaggio tutto attorno è molto bello; dopo ogni curva il panorama cambia alternando colline con discese. Finalmente nel Togo gli animali da fatica, soprattutto gli asini, al contrario delle altre nazioni attraversate,s ono molto pochi. Essi sono stati sostituiti dal mezzo meccanico dando così al paese un’immagine di modernità. Mi è successo spesso nel Mali e nel Burkina di intervenire nei confronti del guidatore di carretti per limitare i colpi di bastone sulla schiena delle povere bestie. Le ferite riportate dalle continue percosse si trasformano in piaghe esposte al sole, ricoperte di mosche. Spesso durante qualche duro diverbio, sono arrivato ad agguantare il bastone e a rivolgerlo contro il guidatore stesso. Qualche volta ho anche medicato le ferite dell’animale con i disinfettanti presenti nel mio bagaglio.
Il Togo è un paese geograficamente parlando molto stretto e lungo, confinante ad ovest col Ghana, a nord col Burkina e a est col Benin. Già che la lingua ufficiale è il francese, non ho problemi a comunicare con gl’indigeni. Scendendo verso Lomè attraverso speditamente le cittadine di Dapaong, Kare, Sokodè e Tseviè. Sto guidando da ormai dieci ore, non vedo l’ora di arrivare nella capitale. Il momento è dei più pericolosi a causa dell’euforia.Mi impongo di restare sempre vigile e di non commettere errori che possano compromettere la riuscita del mio raid. Un violento temporale mi blocca a pochi km. da Lomè. Sono costretto a ripararmi alla bene e meglio in una fattoria di campagna con grande meraviglia delle persone che la abitano. Un gruppo di bambini nudi e con l’immancabile pancia gonfia, circonda me e la mia moto: alla vista dei biscotti che offro loro sembra che si stabilisca un’amicizia. Come spesso avviene in Africa, i temporali hanno breve durata anche se sono molto violenti a causa della grande energia accumulata. Mi rimetto in sella per l’ultimo tratto di circa 30 km. che mi porterà a destinazione. Pensavo che sarebbe stata una passeggiata arrivare sulle rive dell’oceano, ma non avevo fatto i conti con un traffico da intimorire chiunque guidasse una moto in quel momento. Per circa 10 km., una marea di gente si muove velocemente per trovare un riparo dal temporale che da lì a poco si sarebbe abbattuto sulla città. Un improvviso e violento scroscio d’acqua m’investe a non più di 100 metri dalla riva del mare. Riesco a proteggermi sotto una tettoia. Quando alzo la visiera del casco, l’immagine torna limpida facendomi scoprire il grande oceano con le enormi onde bianche che si propagano fino all’orizzonte in un grande frastuono. Quale musica migliore il mio udito poteva sentire! Seduto sopra la moto, un sentimento di grande pace e di commozione s’impadronisce di me.La meta per la quale ho sfidato momenti difficili, ansie e gioie non comuni, è finalmente lì davanti a me.
Non dimenticherò mai quei gesti che mi vedono estrarre il telefono dal mio bagaglio sopra il serbatoio per scrivere a mia moglie e ai miei figli gustando ogni istante di quel momento; a lei dico :”Davanti a me l’Oceano Atlantico; dietro 8.000 km di immagini straordinarie attraverso sette nazioni africane”. Il suo messaggio di risposta :” EVVIVA, TUTTE LE LUCI DEL GIARDINO SONO ACCESE, LA MUSICA DI VIOLINI TZIGANI RIEMPIE LA NOSTRA CASA “.
Mio figlio Paolo scrive: ”STRAORDINARIO”! Pochi giorni prima mia moglie mi aveva detto che quando avrei sentito il profumo e la musica dell’oceano, sarei stato ripagato di tutte le ansie e le fatiche e che mi sarebbe scoppiato il cuore dalla gioia e dall’orgoglio di aver vinto la battaglia, ricordandomi la frase di Paulo Coelho:”Il Buon Combattimento è quello che viene intrappreso in nome dei nostri Sogni...”
Per la prima volta da quando sono partito da Roma mi concedo un regalo prendendo alloggio nel miglior albergo della capitale, il Palm Beach con ben quattro stelle! Descrivere il piacere che provo alla vista del bagno è cosa non facile. Mi lascio servire come ormai non mi ricordavo più, la cena è abbondante e il pesce buonissimo. Festeggio il mio arrivo a Lomè stappando la prima birra da quando sono partito brindando a mia moglie e a me stesso. Il crollo psicologico arriva il giorno dopo. Mi sento completamente svuotato di ogni energia, non ho voglia di uscire dalla mia camera né tantomeno di visitare la capitale. Per la prima volta da quando mi ero messo in sella nel garage a Roma, non scendo neanche a vedere la mia moto! Ho bisogno di disintossicarmi da lei, di recuperare le mie forze nell’assoluto silenzio. Approfitto per srotolare la bandiera italiana, la stessa che mi aveva tenuto compagnia due anni prima quando, sempre in solitaria ero arrivato a Timbuctù nel Mali percorrendo 15.000 km. sempre in solitaria. Scrivo ai miei cari e agli amici mandando loro qualche cartolina con immagini del Togo corredate da spiagge rosa bellissime. La sera quando la temperatura è ormai scesa intorno ai 37 gradi, mi decido a uscire dall’albergo per andare a fare due passi sulla riva dell’oceano. La sorpresa viene dalla polizia che mi vieta addirittura di andare oltre l’angolo dell’albergo per ragioni di sicurezza! Saprò poi che tutto il lungomare di Lomè è abitato da ”banditi“che assalgono derubando i malcapitati rari turisti. Mi debbo rassegnare a vedere l’oceano da una cinquantina di metri senza purtroppo poter fare un bagno e una nuotata, cosa che mi avrebbe aiutato a rimettermi in forma. Il giorno seguente di buon ora vengo svegliato da cori di giovani che corrono lungo le strade.Interi quartieri si riuniscono per fare sport. Davanti a tutti , vedo quattro o cinque ragazzi che percuotono i bidoni di plastica dando il ritmo alla corsa e ai canti in stile “marines”. Mi diverto a filmarli dalla finestra della mia stanza, il loro abbigliamento è multicolore e il loro modo dondolante di correre è bello da vedersi. Per la prima volta la squadra del Togo si è qualificata ai mondiali di calcio del 2006. Mi piacerebbe essere presente quì per assistere allo spettacolo in caso di vittoria anche di solo una partita. Questo popolo è molto allegro e credo che manifesterebbero la loro gioia in modo esplosivo!
A bordo di un taxi visito la città, il porto, il lungomare,il palazzo presidenziale arrivando fino al confine col Ghana distante pochi km. Mi piacerebbe entrare nel paese di lingua e stile inglese visitando così la Gold Coast, ma il mio pensiero incomincia già ad andare al viaggio di ritorno. Questo mi fa capire che ho superato velocemente lo stato di debolezza e svuotamento psicologico.A alle tre e mezza della notte seguente, alla luce dei miei fari, lascio Lomè ancora avvolta nel sonno. Mi hanno consigliato di percorrere i 10 km necessari per uscire dalla città prima dell’alba per evitare di attraversare le vie stracolme di gente a causa del mercato quotidiano e anche per ragioni di sicurezza.
Il viaggio di ritorno verso casa mi vedrà ripercorrere in senso inverso e variando alcuni percorsi, il Togo, il Burkina, il Mali, il Senegal, la Mauritania, il West Sahara e il Marocco. Mi posso gustare le immagini con più calma e attenzione dal momento che l’ansia non è più presente in me. Il ricordo va alla risalita del deserto della Mauritania dove un branco di cammelli, circa una diecina, erano stati uccisi da un automezzo sopraggiunto in piena velocità sulla nuova strada asfaltata, una fettuccia di colore grigio scuro e stretta senza mai una curva per circa 500 km. Tra loro due piccoli dal pelo ancora bianco. La modernizzazione del Sahara ha portato ad asfaltare le piste consentendo ai beduini, passati dal cammello alle grandi jeep in brevissimo tempo, di viaggiare speditamente per centinaia di km. all’interno del deserto tra le principali città. Ma come spiegare a questi straordinari animali che non devono attraversare questa nuova striscia nera?! Ricordo un motociclista (l’unico incontrato) belga di nome Jos che durante la risalita del deserto della Mauritania era rimasto senza carburante. Mi aveva colpito la sua aria per bene e la calma con cui mi aveva detto:” Apparemment je n’ai plus de carburant!” Abbiamo travasato parte del mio carburante dal serbatoio della mia moto, centellinando la quantità poiché ero al limite anch’io. Per caso lo rincontrerò con piacere una settimana dopo nel nord del West Sahara in una piccola pensione sul bordo del mare a Tan-Tan plage. E’ nata una piacevole amicizia tra due “baroudeurs” ( avventurieri amanti del rischio).
Ricordo tutta un’intera famiglia di scimmie nella foresta di Malem Diani all’estremo ovest del Senegal allorché durante una sosta per bere e rifocillarmi, sono uscite dalla vegetazione e si sono messe a guardarmi incuriosite sostando poco lontano. Sempre in Senegal ho avuto casualmente l’opportunità di vedere un’enorme iguana attraversarmi la strada. La sorpresa è stata così grande che per poco non la investo dato che si mimetizzava con l’ambiente. Penso anche ai grandi falchi che mi hanno accompagnato in tutto il Burkina e il Mali, i grandi avvoltoi lungo le savane; li ho visti svuotare le carcasse di gazelle e montoni lungo le piste rosse all’interno dei parchi nazionali. Ricordo le donne con i loro bambini sulle spalle o tenuti in braccio come tante bellissime Madonne. Ho riscoperto nelle lunghe ore di guida, in totale solitudine per centinaia di km., alcuni valori che credevo aver perso in una società come la nostra dove ottenere qualcosa sembra essere diventato estremamente facile. Penso all’applauso spontaneo dei bambini felici allorchè attorniando la moto ricevono qualcosa, fosse una semplice biro, oppure uno dei miei biscotti. Una sera, in un piccolo alloggio-campement nel profondo Burkina, mi era stato servito un abbondante porzione di riso e pollo. Non riuscendo a terminarla tutta, ho detto al cuoco di portare gli avanzi ai cani fuori. Li avevo visti al mio arrivo magrissimi e affamati stazionare davanti lo stabile in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. La risposta è stata ”Ma IO ho fame, lo posso mangiare?” “Certo”,ho risposto, ma invece di sedersi, ha chiamato un suo compagno collega di lavoro per offrirgli la metà. Ricordo la grande ospitalità della gente. Di qualunque nazione essa sia, la frase più ricorrente che mi viene detta al mio arrivo è ”Siate il benvenuto nel nostro paese,prendete posto qui all’ombra dell’albero con noi”.La stuoia viene subito srotolata affinché io possa sdraiarmi senza sporcarmi di polvere o sabbia. Ricordo la semplicità dei gesti e l’essenzialità delle parole e nonostante l’Africa sia sempre nelle mani di Dio, ogni volta che chiedo loro”ça va?”, la risposta è sempre la stessa: ”oui,ça va.. merci”. Quante lezioni di comportamento ho ricevuto gratuitamente…Una mattina mentre attraversavo il Mali, in piena savana vicino al villaggio Ambidiedi di solo quattro capanne, mi fermo a chiedere informazioni alle donne con i cesti sulla testa, omettendo il saluto. La più anziana dal volto fiero mi dice ”Je n’ai pas entendu dire bonjour avant de demander ”(non ho sentito dire buongiorno prima di chiedere.

A conclusione del mio viaggio, debbo dire che conserverò per sempre un ricordo straordinario di questo mio quarto raid,della gente incontrata in Africa, dei luoghi dai colori vivissimi, della savana con i suoi grandi baobab, degli uccelli e i loro canti che si perdono nella foresta, dei bambini bellissimi dagli occhi pieni di gioia e curiosità, dei vecchi saggi dai modi essenziali, delle donne dal portamento fiero ed elegante con i loro cesti sulla testa,con i loro bambini sulle spalle con i quali percorrono prima dell’alba diecine di km. ogni giorno per recarsi al mercato. Mentre guido la moto mi chiedo:quanta forza di volontà ci vuole per condurre una vita così difficile e dignitosa al punto da non lamentarsi mai? Un senso di ammirazione spontaneo nei loro confronti pervade il mio animo….

Il ritorno in Europa è segnato dal brutto tempo durante tutta la risalita, dalla Spagna attraverso la Francia fino in Italia. Pioggia e neve, assieme ad un vento gelido da nord, con temperature a volte sotto zero, mi accompagnano fino a Roma.
Il desiderio di rivedere i miei cari non mi fa tenere conto della stanchezza accumulata, percorrendo i circa 2800 km. dal Golfo di Gibilterra a Roma in soli tre giorni. Questo quarto raid, forte dell’esperienza dei precedenti tre, si conclude senza mai una caduta e senza un malessere fisico. Alla mia moto, che non ha dato un solo problema durante tutti i 18.000 km. in 47 giorni, e a mia moglie per avermi sempre sostenuto con gioia, va il mio GRAZIE.

Ennio De Angelis
 

cuore tuareg

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